La verità in movimento

Kaltenbrunner gli disse: «Perché non entri nelle SS?», e lui rispose: «Già, perché no?». Andò così. Il male quotidiano da cui vorremmo essere liberati ha questa forma banale, ridicola, addirittura comica eppure orrida. Eichmann non era un sadico, un malvagio sanguinario, bensì un uomo assolutamente normale, un uomo come tanti, il tipico uomo, l’uomo medio o l’uomo-massa. Insomma, Eichmann potrei essere io.

Credere di essere definitivamente esenti dagli abissi del crimine, persino da quelli più spietati, significa non comprendere il significato effettivo del male né l’identità di coloro che – allora come oggi e sempre – ne sono stati sedotti: né questi sono persone diverse da me né quello smetterà di tentarmi. L’aspetto normale dell’assurdo si esprime nella facilità con cui il male s’affaccia nella mia vita e sorridendo mi domanda: «Perché no?». Lo stravolgimento del senso, la svalorizzazione dei valori, il più delle volte non è un piano determinato ma un imprevisto che stuzzica quelle corde profonde del nostro io che vibrano davanti ai piaceri effimeri, al fascino del sapere assoluto e alla gloria del potere (concupiscentia carnis, concupiscentia oculorum et ambitio saeculi). Chi non si è sentito almeno una volta nella vita come De Sade, come Faust o come Erode? Vivere è vivere in tentazione. Cedervi significa morire, se non fisicamente almeno umanamente, il che è forse peggio.

La sola possibilità che conosco per resistere alla tentazione è l’assunzione problematica della mia esistenza, il tanto famoso e inflazionato “spirito critico” il quale significa ricomprendere sempre e di nuovo le nostre certezze in quanto tali. Non dare mai nulla per scontato non è un’operazione previa alla comprensione bensì l’essenza stessa della comprensione: comprendere è criticare, cioè domandare, ovvero rimettere in questione quanto già saputo, non per svelarne l’assurdità bensì per riafferrarne il senso alla luce delle nuove circostanze, ossia per ricomprenderlo. Personalmente credo che la caratteristica fondamentale della verità, più che la stabilità (accezione ebraica), più che la luminosità (accezione greca), sia il movimento; una verità statica a cui aggrapparsi, su cui dormire tranquilli, è una verità destinata a perdersi: prima o poi la si darà per scontato e allora non potrà reggere il confronto con la tentazione intrigante del «perché no?». Per non cadere in tentazione il vero deve essere vivo, una risposta a una domanda presente. Solo in questo modo la verità brilla e può illuminare la falsità del male. Si dice spesso che l’esistenza della domanda implica l’esistenza della risposta ma occorrerebbe aggiungere che quest’ultima ha bisogno della domanda per poter significare qualcosa: laddove manca la domanda, infatti, la risposta – quand’anche esistesse – sarebbe annullata.

Se è vivo, il senso della verità cambia, si muove al passo con le diverse circostanze e quindi va costantemente riafferrato declinandolo nell’oggi che ci è toccato vivere. Ecco un’esistenza problematica: prendere la verità e farne un problema, ossia buttarsela davanti (appunto pro-blema, pro-bàllein) per andare a riprendersela e lanciarla nuovamente in un movimento costante. La tentazione della sicurezza, dell’afferrarla una volta per tutte, è il primo passo per perderla. L’esistenza problematica resiste alla tentazione della tranquillità e ciò innanzitutto rispetto a se stessi.

L’acerrimo nemico del potere è la messa in discussione: esso offre risposte facili a problemi complessi affinché possano essere comprese dal numero più ampio possibile di persone che le ripeteranno come mantra per soffocare dentro di sé il dubbio. Questa è la chiave del populismo, della propaganda e nel fondo del dogmatismo, sia esso politico, religioso o di qualsiasi altro tipo. Esso garantisce un senso a chi non ce l’ha o si è stufato di cercarlo. Nella burocrazia del potere ognuno ha un ruolo determinato, fissato una volta per tutte: sa cosa deve fare, cosa deve pensare e cosa deve dire. Il linguaggio degli slogan – dei “boia chi molla”, dei “no pasarán”, dei “meno tasse per tutti” o degli “hasta la victoria” – così come la politica a colpi di 140 caratteri, seduce per la facilità del messaggio e per la tranquillità con cui sembra risolvere la partita. La sua forza è la sua banalità, laddove per banalità s’intende l’assenza di profondità:

Quel che ora penso veramente è che il male non è mai “radicale”, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso “sfida” […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale. (Lettera di A. Arendt a G. Scholem).

Eichmann era sedotto dal gergo burocratico, dai cliché, dalle frasi fatte, perché gli permettevano di avere sempre una risposta a qualsiasi domanda. Il potere, oggi come allora, mette in circolo frasi brevi e contundenti che risolvono l’angoscia di afferrare il senso profondo del reale; anestetizzano il pensiero amputandone la domanda la quale, come disse Heidegger, è «la pietà del pensiero». Il potere impietoso sostituisce alle idee le parole (le frasi fatte) e con le idee se ne va quel contatto sempre da rifare tra l’uomo e la realtà: «Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza d’idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’uomo».

Eliminata la domanda, la verità s’allontana lasciando il posto alla menzogna: il linguaggio si trasforma in chiacchiera e la profondità ambigua del mondo diventa sempre più omogenea, univoca, facile e immediata, alla portata di tutti perché superficiale. Il passo seguente è l’esimersi dalla responsabilità del comprendere, il che alla lunga significa prescindere dalla responsabilità delle nostre azioni: l’ignoranza del significato è l’anticamera dell’immoralità perché quando lascio ad altri la determinazione del senso del mio agire, allora non serve più mettersi all’ascolto della legge morale inscritta nei nostri cuori. Distrattamente guardiamo il cielo stellato sopra di noi mentre guidiamo un treno verso Auschwitz. Se poi ci domanderanno il perché delle nostre azioni la risposta sarà semplice: ce lo ha detto il capo. È al Führer, al partito, al sacerdote o al mullah che bisogna chiedere il significato delle nostre azioni: noi ci limitiamo a obbedire. Questo disse Eichmann nel suo ultimo intervento in aula a Gerusalemme:

Lui non aveva mai odiato gli ebrei, non aveva mai voluto lo sterminio di esseri umani. La sua colpa veniva dall’obbedienza, che è sempre stata esaltata come una virtù. Di questa sua virtù i capi nazisti avevano abusato, ma lui non aveva mai fatto parte della cricca al potere, era una vittima, e solo i capi meritavano di essere puniti.

Per fare il male, anche quello più terribile, è facile: basta stare tranquilli e smettere di mettersi in questione. L’assenza della domanda infatti non solo silenzia la risposta ma mette anche a tacere quella che tradizionalmente si chiama “voce della coscienza” e che contraddistingue la nostra natura umana. Parlare di natura umana è in realtà fuorviante perché tende a interpretare l’uomo come un essere vivente qualsiasi: a differenza degli animali e delle piante, infatti, l’umanità non emerge nell’uomo “naturalmente”, per così dire “per inerzia”, bensì solo per “educazione”, e la chiave dell’educazione più che la risposta è ancora una volta la domanda. Si potrebbe quasi dire che l’uomo senza domande perde se stesso, la propria umanità e con essa la propria storia, la propria cultura. E un uomo senza cultura è un barbaro, uno che non sa pensare né parlare, che blatera (appunto, bar-bar), che non sa quello che fa e che agisce disumanamente, spietatamente perché ha perso quella pietà originaria del domandare che è l’alba del pensiero. L’uomo spietato non sente più nessuna pena davanti al male, o forse non l’ha mai sentita. La bestialità è ora la sua natura e l’umano gli si potrà presentare, quasi per miracolo, come una tentazione, una follia in un sistema in cui il male è di casa.

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