Il proposito di questo breve scritto è mettere in luce ciò che Stefan Zweig può dirci oggi a noi uomini e donne europei. Gli scritti di Zweig a cui faremo riferimento sono la sua autobiografia Il mondo di ieri, una serie di scritti pubblicata dopo la sua morte con il titolo Europäisches Erbe (tradotto in italiano La torre di Babele) e alcuni articoli e interventi esplicitamente riferiti all’Europa raccolti in lingua italiana nel libro Appello agli europei. Come si può vedere, le cesoie della critica ci obbligano a prescindere da scritti più celebri come, per esempio, Momenti fatali. Del resto, questo è il compito dell’analisi qualora si voglia mettere in chiaro qualcosa: recidere il superfluo ed esaltare l’essenziale. Il critico, come l’artista, getta il suo sguardo sulla realtà e aumenta la pressione arteriale degli eventi, degli oggetti, affinché la loro verità appaia in modo lampante al lettore o allo spettatore. Ciò che potrebbe darsi per scontato, ciò che è quotidiano, o il semplice avvicendarsi degli eventi passati, manifesta nelle pagine del critico, sulla tela o nella pietra dell’artista, la sua verità. La realtà si svela nell’arte così come la storia mostra il suo senso nell’assimilazione critica. L’arte non copia la natura così come lo storico non è un cronista né il critico letterario un semplice copista. Al contrario, l’arte imita la natura, lo storico interpreta la storia e il critico letterario filtra le parole per tradurre in immagini e concetti la verità del mondo. Ecco ciò che fece Van Gogh con delle semplici scarpe, Cézanne con una mela e ciò che noi vogliamo fare con Zweig.

A tal pro la sua biografia non c’interessa affatto. L’unica cosa che delle sue giornate su questa terra consideriamo valga la pena ricordare è che, a differenza dei più, egli predicò bene e razzolò ancora meglio: fu un esempio di coerenza, di messa in pratica delle sue idee. Una coerenza forse eccessiva, tanto che decise di suicidarsi nel momento in cui perse ogni speranza sulla possibilità di un mondo futuro senza l’ombra del nazionalsocialismo e della sua barbarie culturale e umana. Zweig era sicuro che Hitler avrebbe conquistato il mondo, e in quel mondo lui non avrebbe potuto vivere. Nostalgico del mondo di ieri e temendo di aver completamente fallito la sua missione, Zweig lascia a noi posteri il compito di rimettere a frutto la sua eredità:

Ciò che io avevo temuto più della mia stessa morte, la guerra di tutti contro tutti, si stava ormai scatenando per la seconda volta, e colui che per tutta la sua esistenza aveva operato con passione ed entusiasmo per una fratellanza degli uomini e degli spiriti, di fronte a quell’improvviso ostracismo, nell’ora che più di ogni altra esigeva un’indissolubile unione, si sentì inutile e solo come mai in tutta la sua vita.

La funzione veritativa dell’arte

Per Zweig, tutta la cultura è arte e tutta l’arte è cultura, perché entrambe possiedono lo stesso compito: svelano l’essenza della realtà. «La vera missione del poeta è quella di custodire e proteggere ciò che vi è di universalmente umano nell’uomo». Al contrario di Platone – per il quale l’arte era doppiamente falsa giacché copia di una copia –, Zweig considera che l’arte sia ciò che ci permette di uscire dalla caverna della routine quotidiana e alzare gli occhi al cielo della verità. Una verità, però, che non è staccata dalla realtà, situata nelle alture dell’iperuranio perché, al contrario, è la verità di questa realtà, di questa vita. L’arte, come la cultura, pela la realtà togliendone la scorza banale e mettendone a nudo l’essenza drammatica.

L’uomo può poi decidere di edificare la sua vita sulla superficie del reale o, al contrario, su ciò che di più umano c’è in lui. Nel primo caso ognuno conformerà la sua esistenza secondo il proprio gusto personale, i suoi capricci, le sue difficoltà, e si sorprenderà quando gli altri non lo capiscono o non lo compatiscono. «Il mio problema deve essere il problema di tutti perché è indubbiamente il più importante», ecco come pensa il barbaro, cioè l’incolto, colui che sa coltivare solamente il suo piccolo orticello. Nel secondo caso l’uomo si avvicina all’altro uomo e vive l’esistenza assieme a lui, con il suo stile e con la sua cultura, ma cosciente del fatto che, nel fondo, l’uomo è uno solo: ognuno vive personalmente quel dramma che, seppur con forme diverse, è la materia dell’esistenza d’ognuno. Solo chi comprende questo, solo l’uomo colto, scopre le basi su cui è possibile erigere una forma di vita, anche politica, che afferma la comunione con l’altro senza rinunciare alla sua identità. Si tratta di una tensione creativa tra l’identità personale e la fratellanza sociale, tra il propium e l’alienus laddove il proprio cessa di essere l’unicum e l’alienus cessa di essere l’estraneo, riconoscendosi entrambi membri della comunità umana, della fratellanza universale.

Ecco allora che si capisce perché Zweig ripercorra la storia umana cercando quelle personalità, quei momenti fatali, che mettono in risalto ciò che di «universalmente umano c’è nell’uomo». Non gli interessano i grandi conquistatori, i vincitori o gli eroi della storia politica, bensì coloro che grazie al loro sforzo culturale, alla loro sofferenza intellettuale, ci svelano a noi stessi:

nei racconti che ho scritto, ad attirarmi è sempre colui che soccombe al destino, nelle mie biografie mi soffermo soltanto non su chi consegue un successo concreto nell’ambito del reale ma su colui che si dimostra vincitore sul piano morale.

E che la cultura e l’arte, in quanto veritative, svolgano una funzione eminentemente morale, è quanto emerge costantemente dai vari scritti e interventi di Zweig: il vero, il buono e il giusto si danno la mano. Scoprire chi siamo, la nostra essenza, è ciò che dobbiamo fare se vogliamo essere uomini veri, uomini giusti o, in una parola, uomini tout simplement. L’umanità si misura per Zweig con il metro della cultura, non con quello del talento o della fama: «non è la posizione esterna, né il vantaggio del lignaggio e del talento ciò che costituisce la nobiltà dell’uomo, bensì il grado in cui riesce a preservare la sua personalità e a vivere la propria vita».

La massima scritta nel tempio di Apollo a Delfi, riecheggia in tutto l’Occidente, in ogni filosofia e arte che siano realmente umane, e nel fondo di ogni uomo che sia realmente tale. “Conosci te stesso” dice l’oracolo all’uomo di ogni tempo, perché la storia umana altro non è che il lavoro infinito di questa scoperta: l’uomo scoprendosi fa la storia e la storia umana non è altro che il racconto di questa scoperta. Una storia infinita perché umana; una storia viva che esige quindi un lavoro costante d’interpretazione e reinterpretazione, di ripresa e rilancio del passato per modellare il presente e progettare il futuro. Come ebbe a dire Montaigne, un autore in cui Zweig si rifugiò negli ultimi mesi della sua vita, «incessantemente iniziamo di nuovo a vivere».

Zweig è un elitista dell’umanità: considera che l’uomo si rende maggiormente evidente in momenti precisi
del tempo e dello spazio, incarnandosi in alcune personalità che sono quelle a cui vale la pena tornare. Ascoltare la massa, il chiacchiericcio anonimo ed effimero dei più o l’arroganza saccente dei nuovi profeti della televisione, è perdere il tempo, e con il tempo la nostra umanità. Non prestare ascolto ai grandi uomini della storia significa lasciare incolta la nostra vita e darla in pasto al potere, condannandoci alla mediocrità: il vero peccato contro lo spirito. La storia vive e si fa costantemente di nuovo, sbocciando in Claudel, Freud, Einstein, Strauss, Pirandello, Rodin e un elenco sterminato di uomini, tutti contemporanei di Zweig, che egli conobbe personalmente. Non solo libri di storia, quindi, non solo eminenze del passato, non solo il David di Michelangelo, la cappella degli Scrovegni di Giotto o il Paradise Lost di Milton. Queste sono tutte condizioni necessarie ma non sufficienti, funzionali alla vera domanda che ci dobbiamo fare e rifare costantemente: chi, oggi, nel nostro tempo, incarna ed esprime al meglio la nostra umanità? Dove sta sbocciando l’uomo? È una domanda fondamentale perché solo scoprendo chi è veramente uomo oggi possiamo davvero aprire gli occhi sulla realtà: «da tempo, ormai, ben più di quelle persone che m’indirizzarono alla letteratura, mi appaiono importanti quelle che invece mi aprirono gli occhi sulla realtà». E la realtà è sempre presente. Storica, ma presente. In costante divenire, sempre di nuovo da rifare.

Alla luce di ciò si capisce che per Zweig la grandezza non stia innanzitutto nell’opera, perché questa non è altro che il frutto di ciò che veramente conta: la creazione. L’essenziale è il divenire, non l’ente; il creare, non l’opera; la domanda, non la risposta. La domanda, il divenire, il creare è l’uomo vivo; l’ente, l’opera e la risposta sono i suoi frutti, che per restare vivi devono sempre di nuovo essere messi in questione, reinterpretati, se non vogliono trasformarsi in mummie senza valore e in feticci senza senso. Frei sein ist nicht, frei werden ist der Himmel, diceva Fichte e Zweig avrebbe sottoscritto pienamente: la gioia sta nello scoprire oggi la verità dell’uomo, la mia verità, che del resto è la mia vera libertà. Per questo l’artista non si stancherà mai di creare: l’opera non sarà mai perfetta, mai conclusa. Per questo l’amante non potrà mai dire: «finalmente ti conosco», ma sempre e solo «chi sei tu?», «chi sei tu, oggi?», «chi sei tu davvero, fino in fondo?». Al mattino ti scopro solo per dimenticarti alla sera e oggi mi rendo conto che ieri non ti conoscevo ancora. «A darmi gioia, infatti, è sempre stato il piacere di creare qualcosa, non la cosa creata in sé».

La cultura mi svela a me stesso e, nel più profondo di me, si trova quella che Goethe chiamava la «cittadella» interiore e che Zweig cita più volte identificandola con la propria individualità spirituale, l’essenza della nostra vita. Si tratta del punto d’identità assolutamente personale che ci rende completamente insostituibili. Esso è del tutto inviolabile: nessun potere potrà mai penetrarvi, nessun uomo potrà accedervi, tranne me. È ciò che appunto rende l’amante ultimamente misterioso e, in realtà, ciò che porta l’uomo di ogni tempo a scoprirsi un mistero per se stesso perché questa cittadella è un pozzo senza fondo, sorgente dell’umanità più vera e della bestialità più terribile: Cristo e De Sade. Qui nascono gli angeli e i demoni della nostra storia: Madre Teresa e Hitler, Gandhi e Pol Pot.

Come l’uomo può penetrare la sua città profonda? Ancora una volta solo la cultura e l’arte possiedono le chiavi: «l’eterno segreto di ogni arte o, meglio, di ogni grande opera dell’uomo è la concentrazione, il raccoglimento di tutte le energie, di tutti i sensi, la capacità di ogni artista di astrarsi da se stesso e dal mondo». Ripiegandomi su me stesso, nell’interior intimo meo agostiniano, scopro il segreto più profondo della mia vita: la mia essenziale libertà spirituale. Qui risiede il mio valore e il punto di partenza per costruire una vera società fatta di uomini liberi. Solo chi è penetrato nel fondo del suo animo riconosce se stesso e gli altri come assolutamente inviolabili. Solo costui comprende che, nonostante a volte abbia voglia di strozzare suo fratello, non può farlo, non può attentare alla sua identità, assediare la sua città interiore la quale, in ogni caso e sempre, resterà comunque inviolata. E proprio in questo castello interiore – per usare una reminiscenza teresiana – possiamo rifugiarci nelle epoche oscure della storia: quando le nubi dell’irrazionalità, della violenza, del totalitarismo e della menzogna oscurano la verità, ci sarà sempre il lume acceso della ragione nel fondo di noi stessi. Qui si rifugiò Zweig, come Montaigne nella sua torre, alla fine della sua vita:

rifugiati nel tuo più profondo nascondiglio, nel tuo lavoro, là dove sarai soltanto tu, il tuo io respirante, non più un cittadino, non più un oggetto passivo in questo gioco infernale, là dove quel poco di ragione che ti resta potrà ancora agire razionalmente in un mondo ormai preda della follia».

Il fondamento degli Stati Uniti d’Europa

Se ora trasportiamo quanto detto dall’ambito individuale a quello sociale, possiamo capire il sogno europeo di Zweig. Gli Stati Uniti d’Europa sono il frutto di questa tensione costruttiva tra l’identità nazionale (riflesso della cittadella interiore dell’io) e la fratellanza sociale (riflesso della umanità comune svelata dalla cultura). Per il vecchio continente, che condivide una stessa terra e una stessa base culturale, Zweig non auspicava né le lotte moderne e fratricide nate nell’età moderna con l’insorgenza degli stati nazionali – e acuitesi tragicamente nelle due guerre mondiali –, né un modello comunista totalitario che fondesse le identità in una costruzione politica senza storia né memoria. Al contrario, ciò che sognava era esattamente quello che si firmò sessanta anni fa a Roma tra Francia, Germania e Italia e che, di fatto, ripresentava, migliorandola a livello europeo, l’idea di Wilson della Società delle Nazioni. L’Europa unita è per Zweig il modello politico più consono alla verità dell’uomo europeo. In quest’ultimo, infatti, come del resto in ogni uomo, convivono due forze: quella egoista e quella altruista.

Vogliamo rimanere l’Io, l’irripetibile personalità che siamo, vogliamo attingere tutto dalla vita, per far sì che questa personalità diventi ancor più personale. Al contempo, però, il nostro essere irripetibile ci spinge a legarci al mondo, a fondere la nostra individualità nella comunità. Cos’altro sono i popoli, però, se non individui collettivi? E così anche le nazioni sono soggette a questa duplice tendenza».

Se pensiamo agli ultimi sessant’anni di storia europea, notiamo immediatamente l’estrema attualità delle parole di Zweig. Dopo l’ubriacatura del boom economico della seconda metà del secolo scorso, dopo l’introduzione della moneta unica, ecco giungere le prime difficoltà: la crisi finanziaria da un lato e il terrorismo internazionale dall’altro. E con la crisi ecco che si spezza l’unità, la fratellanza: la famiglia in cui tutti volevano stare perché ci dava panem (i finanziamenti europei a fondo perduto) et circenses (la Champions League), si trasforma immediatamente in una matrigna da cui molti vorrebbero andarsene per affermare la loro identità nazionale. Ma ecco cosa dice Zweig al rispetto: il nazionalismo, è «la piaga peggiore di tutte, che ha avvelenato il meglio della nostra cultura europea». Che ne prendano nota i vari partiti anti-Europa che stanno proliferando negli ultimi anni. Abbandonare il progetto europeo non significa solo segare il ramo economico su cui stiamo comodamente seduti, ma soprattutto tradire lo spirito e la verità della storia del nostro continente. In altre parole, significa tradire la nostra tradizione, non fare i conti con essa e credere di poter coltivare il giardino della storia come ci pare e piace, seminando pomodori in dicembre e sperare di raccogliere i frutti in primavera, indire un referendum per abbandonare l’UE in giugno e credere che questo sia la panacea di tutti i mali nazionali. Chi semina nazionalismi raccoglie tempeste politico-sociali: la storia non si fa a tavolino e la libertà è un doveroso pericolo, una responsabilità critica e innanzitutto culturale.

La tradizione è ciò che conforma il nostro presente, ciò che gli dà peso secondo entrambi i sensi di questa parola: carattere identitario da un lato e fardello da superare dall’altro. Per questo la storia della nostra tradizione europea è una responsabilità: è un appello a fare i conti con essa, a ritornare sui nostri passi per correggere gli errori commessi e per andare avanti, mettendoci a regime con le vicende che l’imprevisto del destino, l’intelligenza e la stupidità umane continuamente fanno e disfanno. Vuol dire, per esempio, guardare alla guerra dei Balcani degli anni ’90 e cercare di non inciampare una seconda volta nella stessa pietra dell’odio razziale e della miopia nazionalista, con buona pace del signor Wilders, del signor Strache e della signora Le Pen, per citarne solo tre.

Abbandonare la tradizione e credere di poter riscrivere da zero la storia è cadere nell’irrazionalismo, nella notte della ragione e dell’incultura dove tutte le vacche sono nere. A volte può servire, per circoscritti e brevi periodi di tempo, per toglierci un po’ del fardello della tradizione quando esso si fa troppo pesante. È un po’ come dare una bella accelerata a una macchina sportiva che per troppo tempo abbiamo tenuto in città a 50 Km/h. Si può fare. Si deve fare. Ma per poco, perché non possiamo vivere in autostrada. Dice Zweig:

lo slancio orgiastico che ha segnato la sua avanzata, simile del resto a quello di ogni altra rivoluzione spirituale, ha purificato l’aria dall’atmosfera soffocante della tradizione, dando sfogo a tensioni rimaste sopite per lunghi anni e fornendo con il suo temerario sperimentalismo molti stimoli preziosi».

Parole splendide di uno spirito tutt’altro che conservatore, perché riconosce il valore di quelle accelerate della storia che fortunatamente si sono date nel passato e che ci hanno permesso di rientrare in carreggiata: la Rivoluzione Francese, le rivoluzioni del 1848, la rivoluzione culturale degli anni ’60, o ancora l’impressionismo con il suo Salon des Refusés o Lucio Fontana coi suoi tagli sulle tele. Ma devono essere eccezioni, perché se si convertono in regola, il caos è assicurato: la rivoluzione deve essere prodromo di una costituzione, cioè costituente, se si trasforma in permanente allora tradisce la sua essenza, la storia da cui è nata e l’uomo che, credendo di servire, finisce solo per asservire. Il 1789 diventa il terrore del 1793, il ’68 diventa le Brigate Rosse e l’arte rivoluzionaria diventa la dittatura della novità sfrenata e della spazzatura venduta a peso d’oro.

Negare l’Europa unita è tradire la tradizione, negare la nostra storia e addentrarsi in un periodo di decadenza morale perché, come abbiamo visto, chi abbandona il vero abbandona anche il buono e il giusto. Sebbene sia innegabile che l’Unione Europea faccia acqua da molte parti, ciò non significa che sia un colabrodo: non si butta il bambino con l’acqua sporca ma ci s’impegna a ristrutturare e riparare ciò che deve essere aggiustato. Si riforma, non si distrugge. Il potere anti-europeista è un potere oggigiorno populista, ossia un potere che fa della propaganda da quattro soldi e della pancia della gente, rispettivamente la sua arma e il suo bersaglio. È un potere senza storia (non a caso quelli populisti sono tutti partiti di nuovo conio), che nasce e vive nelle piazze, e che come i pescivendoli al mercato mette la verità in bocca a chi grida di più e la spara più grossa. Al contrario, la verità, anche e soprattutto quella politica, è il frutto di un lavoro lento e faticoso di comprensione e interpretazione.

La ricostruzione di Babele

Oggi l’Europa è in crisi e l’edificio che s’iniziò a costruire il 25 marzo del 1957 rischia di crollare. Ma non tutto è perduto: «ogni prova è una sfida, ogni persecuzione ci fortifica, ogni isolamento ci rende più grandi, ammesso che non riesca invece a spezzarci». Se nei prossimi anni l’Europa riuscirà a opporsi ai movimenti distruttivi che attentano alla sua esistenza, è possibile che potremo assistere a una nuova aurora. Ciò dipende evidentemente da noi, dalla nostra capacità di riscoprire la verità della costruzione europea. Quali sono le sue radici? Qual è la sua identità? Se non diamo una risposta a queste domande finiremo per credere che il collante tra i 27 membri (uno l’abbiamo già perso) è solo di tipo economico. Ecco perché davanti alle prime avvisaglie di un fallimento economico dell’Europa, alcuni stati abbandonano il progetto. Al contrario, per capire chi siamo e da dove veniamo è necessario risalire alle origini della cultura europea, lì dove per la prima volta si plasmò quello spirito identico in tutti i popoli che conformano l’Europa. Detto tra parentesi, ciò permetterebbe di considerare come aberranti quei tentativi di annettere alla comunità europea, per pure ragioni economico-politiche, nazioni che hanno poco o nulla a che vedere con la nostra identità culturale.

La storia culturale dell’Europa è la storia di un’incessante costruzione e distruzione di un edificio in cui convivono identità nazionali, lingue, usi e costumi differenti, accomunati tuttavia da una medesima tradizione. Zweig lo compara alla torre di Babele. Il progetto della torre biblica naufragò perché Dio mise zizzania tra le genti, introducendo la differenza linguistica e quindi culturale. Tuttavia, ciò che in un primo momento apparve come una condanna, divenne in Europa un talento:

da quando seppero che anche al di là delle lingue era possibile un’unità, gli esseri umani amarono di più la vita, ringraziarono Dio per la punizione inflitta, lo ringraziarono per la molteplicità assegnata, perché in tal modo aveva dato loro la possibilità di gustarsi più volte il mondo e di amare con maggiore consapevolezza, dalle differenze, la propria unità».

La differenza culturale e linguistica, anziché essere ostacolo, si rivela un’opportunità, un prisma che diffonde la ricchezza di colori e di sfumature contenute in quell’unica identità che ci accomuna. La Babele di calce e mattoni diventa una Babele spirituale: «è dal materiale raffinatissimo, indistruttibile della natura terrena, dallo spirito e dall’esperienza, sublimi sostanze dell’animo, che fu costruita la nuova Torre». Ecco quindi il punto: la cultura, l’arte e la tradizione d’Europa come fondamento dell’unità tra gli stati membri.

Il progetto europeo, a livello teorico, fu elaborato in Grecia e la prima pietra fu posta da Roma. Il pensiero greco offrì gli strumenti teorici, il modello, il piano dell’opera che poi fu tradotto in termini di unità politica e spirituale solo con l’Impero romano. In termini puramente quantitativi, quello imperiale fu il massimo che l’Europa unita seppe raggiungere: l’estensione della torre fu realmente impressionante e, fin che resse, l’armonia al suo interno fu straordinaria. Nel corso della storia l’umanità non è più riuscita a ricreare qualcosa di così meraviglioso. Il dramma fu che – come dice il refrain: “chi più in alto sale maggior botto cade” – il crollo di Roma inaugurò un periodo oscuro in cui l’unità culturale si frammentò in decine, centinaia, di rivoli che se da un lato contribuirono con il tempo a formare l’armonia delle identità nazionali degli stati europei, allora apparvero come una cacofonia incomprensibile, un caos barbarico.

Dopo Grecia e Roma, la storia europea è stato un susseguirsi di movimenti tesi all’unità e contro-movimenti tesi alla frammentazione. Fortunatamente nessun crollo è mai stato assoluto e, anzi, normalmente è servito per dar nuovo vigore e introdurre nuove forme nel successivo periodo di costruzione. Il popolo europeo ricostruiva la torre europea vagliando i cocci della torre distrutta, abbandonando quelli ormai inservibili, recuperando quelli ancora utili e assemblandoli con quelli introdotti dalla forza distruttiva. Il cristianesimo fu evidentemente una forza unitaria importantissima e non riconoscere la sua importanza per le radici d’Europa non solo è una falsità storica ma significa mutilare la nostra identità culturale privandola di uno dei suoi caratteri principali. Dopo la frammentazione delle lingue volgari, nell’umanesimo e con il rinascimento si recupera una nuova forza unitaria che resiste fino al 1500 quando la riforma protestante spezza nuovamente l’unità culturale e linguistica (il latino) dando adito alle terribili guerre di religione da un lato e i nazionalismi letterari dall’altro. L’unità persa si ricostruisce nella musica: Händel, Mozart o Haydn scrivono opere in varie lingue facendosi portavoce di una nuova tendenza unitaria che tuttavia sarà rotta con i nazionalismi compositivi di Beethoven, Schubert, Wagner, Verdi o Rossini. Quest’unità frammentata si recupera culturalmente in Goethe, uno dei primi profeti dell’unità europea e – cosa realmente affascinante – in Nietzsche. Quest’ultimo, infatti, criticò duramente gli spiriti “patriottardi” di fine ‘800 e appellò alla costruzione di una “nuova Europa”. Si leggano a tale proposito queste frasi di Al di là del bene e del male:

Grazie al morboso estraneamento che l’insania nazionalista ha interposto e tuttora continua a interporre tra i popoli europei, grazie egualmente ai politici dalla vista corta e dalla mano svelta che con l’aiuto di quella sono oggi in auge e non presentiscono minimamente quanto la politica disgregazionista che essi praticano debba necessariamente essere una politica d’interludio – grazie a tutto questo, e a qualcos’altro oggi del tutto inesprimibile, vengono ora trascurati, o arbitrariamente e mendacemente travisati, i segni meno ambigui in cui “la volontà che l’Europa ha di unificarsi” si manifesta».

Non solo, quindi, Atene, Roma e Gerusalemme plasmano la nostra identità europea, ma anche Nietzsche, Erasmo da Rotterdam, Mozart e moltissimi altri. Il compito di scoprire chi aiutò a edificare l’identità europea è quello proprio dello storico; il compito di scoprire l’attualità di questi “padri d’Europa” e come si debba declinare la loro voce nell’oggi, è il compito di ognuno di noi e, in primis, dell’educazione.

A proposito di quest’ultima, Zweig considera che essa sia la strada maestra per evitare sia il risorgimento degli istinti nazionalistici a livello politico, sia la riduzione dell’orizzonte dello sguardo dei popoli al loro confine territoriale o, peggio ancora, la riduzione dell’interesse dell’io alla sua mera proprietà materiale. Uomini non si nasce, si diventa, questa potrebbe essere la formula che riassume il pensiero di Zweig sull’educazione: solo il recupero della nostra storia culturale permette di scoprire ciò che di più umano si trova in noi. Per quanto riguarda poi l’idea d’Europa, Zweig sa bene che essa non è qualcosa d’innato nei popoli del vecchio continente, ma qualcosa che deve essere svelato per mezzo dell’attività educativa. Se ci si abbandona all’istinto, se si lascia il popolo scorrazzare indomito, il progetto europeo è destinato al fallimento: «L’idea d’Europa non è un sentimento primario, come lo è il sentimento patriottico, come lo è quello dell’appartenenza a un popolo; essa non è originale e istintiva, ma nasce dalla riflessione; non è il prodotto di una passione spontanea, ma il frutto lentamente maturato di un pensiero elevato». Sarebbe interessante approfondire le proposte pedagogiche di Zweig, ma ciò esula dal nostro obiettivo. Valga però la pena ricordare che nei suoi interventi egli fu così lungimirante e profetico che in una conferenza che diede a Roma nel 1932 ideò quello che oggi si conosce come progetto Erasmus.

Questo per quanto riguarda l’educazione. Un’ultima parola vogliamo spenderla sull’informazione. L’educazione, infatti, guarda al passato per imparare a muoversi nel futuro; l’informazione, invece, guarda al presente e lo descrive. Orbene, la A dell’ABC dell’etica giornalistica è la fedeltà ai fatti, il tentativo di obiettività. L’uso capzioso dell’informazione per pilotare gli eventi politici è quindi eticamente riprovevole ma, cosa ancor più grave, storicamente deleterio perché spesso e volentieri è fonte di odio e violenza: «L’esperienza insegna che raramente l’odio tra nazioni, tra razze e classi, tra singoli gruppi di persone nasce dall’interno, nella maggior parte dei casi esso nasce da un’infezione o da uno stimolo, e il mezzo più pericoloso per attizzarlo è la mancanza di veridicità pubblica, diffusa attraverso opere a stampa». Zweig visse in prima persona la diffamazione propagandistica da parte del regime nazista che non solo proibì le sue opere ma riempiva i mezzi di comunicazione di menzogne per controllare il corso della storia. Negli ultimi mesi stiamo assistendo al risorgimento di una politica che ricorre alla disinformazione per proteggere i propri interessi e pilotare le masse. Il fatto che ciò non abbia ancora suscitato il netto rifiuto che ci si sarebbe aspettati da una sana democrazia non fa presagire nulla di buono per il futuro. Il treno dell’Europa sta passando. Cerchiamo di non lasciarcelo scappare.

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