Leggere Le braci di Sándor Márai significa rimettere in questione alcuni degli aspetti fondamentali della nostra esistenza. Amicizia, fedeltà, verità, destino, sono i temi che Henrik mette davanti a Konrad, l’amico che si rifà vivo dopo 41 anni di silenzio. La loro relazione, sorta spontaneamente in tenera età quando entrambi erano cadetti della scuola militare, s’interrompe bruscamente quando Henrik scopre che Konrad l’ha tradito con sua moglie Krisztina e ha cercato di ucciderlo in una battuta di caccia. Scoperto, Konrad fugge ai Tropici, Krisztina si lascia morire e Henrik si chiude in un’ala del suo castello in attesa della resa dei conti: il momento in cui finalmente potrà esigere all’amico tutta la verità. Non è infatti sufficiente conoscere i fatti. I semplici avvenimenti, la cronica dell’accaduto, non è nulla. Essa è una mera attività giornalistica che si limita a descrivere l’aspetto superficiale della realtà. La verità è un’altra cosa: essa è il senso, la ragione, il perché accade ciò che accade, l’intenzione con cui facciamo ciò che facciamo.

Su quanto è accaduto non possono esserci equivoci. Ma talvolta i fatti non sono altro che deplorevoli conseguenze. Non si pecca solo mediante le azioni, bensì mediante l’intenzione che ci spinge a compiere determinate azioni. L’intenzione è tutto.

Ecco il punto: Henrick conosce i fatti ma ne ignora il perché, cioè la verità. La verità non è l’adeguazione tra la realtà e l’intelletto (adaequatio intellectus et rei), bensì lo svelarsi del senso della realtà. Henrick ha atteso 41 anni questo senso, sommerso in solitudine, mantenendo in caldo la sua vendetta, la sua rivincita con la realtà, con i meri fatti, perché la vita umana, per esser veramente tale, necessita un senso: «si sopporta tutto quando la vita ha un senso e uno scopo».

Devo conoscere la ragione di quanto è accaduto, scoprire cos’è che scava un abisso tra due uomini e dove ha inizio il tradimento. Ecco cosa mi resta da sapere. E anche quale colpa abbia io in tutto ciò […] Perché le cose non ci accadono così, per caso.

L’uomo attende, continua a vivere, quando c’è ancora qualcosa per cui valga la pena aspettare. E questo qualcosa, per Márai, è la ricerca di un senso in grado di rispondere agli interrogativi ultimi:

Tale è la forza della natura umana: essa deve assolutamente ottenere una risposta alla domanda che ha individuato come la più importante.

E qual è la risposta ai nostri perché? Qual è lo scopo ultimo della nostra esistenza? Il tempo. Lo scorrere del tempo. La semplice durata:

Quale può essere lo scopo della sua esistenza? Nessuno, credo. A mio parere, la vita non ha altro scopo che quello di durare e di rinnovarsi il più a lungo possibile.

La tristezza de Le braci non dipende dal tradimento dell’amicizia, bensì dall’assenza di uno scopo ultimo del nostro vivere. L’esistenza fluisce e brucia se stessa fino in fondo, come una candela (il titolo originale dell’opera di Márai è A gyertyák csonkig égnek, letteralmente Le candele bruciano fino in fondo): «L’uomo comprende il mondo un po’ alla volta e poi muore». I vecchi lo sanno perché vecchio non è chi ha vissuto molto, chi ha molti anni sulle spalle, bensì chi non ha più nulla per cui vivere. Krisztina morì da vecchia sui trent’anni perché abbandonata dall’amante fuggito ai Tropici e rifiutata dal marito tradito: i suoi due uomini, ciò che manteneva in vita la sua passione, l’hanno lasciata sola.

Henrick ha coltivato nel suo cuore per anni due domande: vuole sapere 1) se Krisztina sapeva che Konrad aveva progettato di ucciderlo durante la battuta di caccia e 2) se 41 anni di distanza, di orgoglio e di presunzione tra lui e Konrad siano serviti a qualcosa. Ciò che lo manteneva in vita erano queste due domande. Eppure, giunto il momento della battaglia finale, si rende conto di aver sbagliato il tiro: il punto nella vita non è scoprire una risposta, un senso ragionevole capace di spiegare la realtà, il nostro lento consumarci, le nostre gioie e i nostri dolori. Vivere in questo modo è vivere con l’illusione dei bambini che si ostinano a scoprire il perché delle cose, quel perché che ripetono ossessivamente non appena acquistano l’uso della parola e della ragione.

Dopo una notte intera passata a meditare, cercando di passare dai fatti al senso, alle prime luci dell’alba, Henrick scopre finalmente l’unico vero senso del reale: la crudezza dei fatti: «ormai ti rendi conto che un bicchiere non è altro che un bicchiere e che gli uomini, qualunque cosa facciano, sono solo creature mortali». Della fiamma della vendetta, covata per lungo tempo, restano solo le braci. E poi anche queste si spengono e tutto sfuma: Konrad non risponderà alle sue domande, ma ciò lo lascerà indifferente.

Un giorno arrivi a comprendere la verità: vuol dire che sono arrivate la vecchiaia e la morte. Ma a quel punto non si prova più dolore. Krisztina mi ha tradito: che importa? E mi ha tradito proprio con te: quanto è meschina la sua ribellione!

Il vecchio generale Henrick rompe le fila della sua ribellione: l’ordine, la disciplina, la resistenza che l’hanno mantenuto desto non servono più a niente. Non arriverà mai alle armi con il nemico, semplicemente perché non c’è alcun nemico. Anche Konrad, colui che l’ha tradito, colui che ha cercato d’ucciderlo, colui che dice di odiarlo, non è il suo nemico: è amico suo e resterà per sempre tale, nonostante ciò che ha fatto o farà.

Ancora oggi, e nonostante tutto, noi due siamo amici. A quanto pare, non esiste nessuna forza esteriore che possa mutare alcunché nei rapporti umani. Tu hai ucciso qualcosa dentro di me, hai rovinato la mia vita, eppure sono ancora tuo amico. E stasera io ucciderò qualcosa dentro di te, e poi ti lascerò andar via, a Londra o ai Tropici o all’inferno, eppure tu rimarrai sempre mio amico.

L’amicizia è un destino inevitabile, come del resto tutto ciò che accade. Henrick e Konrad erano destinati a essere amici. Konrad era destinato a tradirlo con Krisztina. L’amicizia ti cade addosso e non la puoi evitare. L’infedeltà ti sorprende a trent’anni e non la puoi evitare. È il destino ed è scritto nella nostra indole e nel nostro carattere.

Ecco: è il carattere, la passione, l’unica vera legge dell’esistenza, la regina dei fatti e il loro destino ultimo:

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione? E a questo punto mi chiedo: la passione è veramente così profonda, così malvagia, così grandiosa, così inumana? Non può essere che non si rivolga affatto a una persona precisa, ma soltanto al desiderio in sé? Questa è la domanda. Oppure, nonostante tutto, si rivolge a una persona ben definita, alla stessa, misteriosa persona che può essere indifferentemente buona o cattiva, senza che l’intensità del nostro sentimento dipenda in alcun modo dalle sue azioni e dalle sue qualità?

Questa passione è l’irrazionalità che guida i nostri passi. È l’unica (non)-risposta ai nostri perché. Resisterle è rinunciare a vivere e limitarsi a sopravvivere, ai Tropici o in un castello ai piedi dei Carpazi. Chi rifugge la passione, rifugge se stesso. «La cosa peggiore è soffocare in sé le passioni che la solitudine [ci] ha accumulato dentro». È per questo che è assurdo pretendere la fedeltà di un amico o di una moglie: la fedeltà vuole incanalare la passione in un’unica direzione, frustrandone la forza dirompente. Ma ciò è come togliere l’ossigeno alla fiamma: la passione si spegne e l’uomo muore, come Krisztina. Se l’unico mio (non)-senso è la passione, se la mia vita e la mia felicità consistono nel seguire le mie passioni, le inclinazioni irrazionali del mio carattere e della mia indole, allora «la fedeltà non è forse una sorta di terribile egoismo e vanità, come lo sono la maggior parte delle esigenze umane? Quando esigiamo fedeltà, come possiamo volere che l’altra persona sia felice?».

Márai, nel fondo, non sembra essere molto lontano dal pensiero dionisiaco di Nietzsche o dal “senso comune” dei nostri giorni che sacrifica la verità sull’altare delle passioni e dei capricci del nostro cuore. Fedeltà, amicizia, senso, destino, responsabilità… sono tutte parole che s’accordano con rigore, ordine, determinazione e sacrificio, e quindi stonano con la dominante comune della nostra indole animale: passione, avventura, forza, piacere… Opporre resistenza a tutto ciò non è più così facile. In fondo non lo è mai stato ma, a differenza del passato, non abbiamo più il sostegno di quella retroguardia culturale (illuminista, umanista o religiosa poco importa) che permetteva alle passate generazioni di spazzare via velocemente chi disprezzava la ragione e le sue esigenze (verità, giustizia, fedeltà, ecc.). Oggi chi si fa carico del senso della realtà, dell’amicizia, della fedeltà o del destino, sembra essere in minoranza e privo di risposte all’altezza dei tempi che corrono: perché essere fedeli? Qual è il senso dell’amicizia? C’è una risposta a quella «domanda che [la natura umana] ha individuato come la più importante»? Ha ragione Henrick? Il significato della vita è semplicemente la passione? Tutte le vecchie credenze e i grandi ideali sono definitivamente andati in fumo oppure sotto le ceneri le braci ardono ancora?

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