Emmanuele Carrère è probabilmente uno degli scrittori francesi attualmente più in voga. La sua produttività editoriale è grande quanto la schiettezza con cui si mette a nudo nelle sue pagine. I protagonisti dei suoi libri – siano essi l’assassino psicotico Jean-Claude Romand, il pittoresco attivista fascista-bolscevico Édouard Limonov o San Paolo – fungono sempre da trampolino di lancio per tuffarsi in riflessioni sulla sua vita e sui suoi tormenti. L’ego di Carrère finisce così per occupare la scena di tutti i suoi romanzi.

Le Royaume (POL, 2014 e pubblicato in Italia da Adelphi nel 2015 col titolo Il regno) sono più di 600 pagine di riflessioni sulla vita dei primi cristiani, soprattutto San Paolo e l’evangelista Luca, frutto di un lavoro di quasi 15 anni in cui Carrère ha letto quanto più poteva su questo fenomeno assurdo e rivoluzionario che fu l’avvento di Cristo. Le Royaume è inoltre un modo con cui Carrère cerca di fare i conti con il suo passato come cattolico fervente: nel 1990 si convertì improvvisamente per poi ricadere altrettanto fulmineamente nell’agnosticismo tre anni dopo. Una parentesi, quasi un sogno, in cui le parole del Nuovo Testamento illuminarono le sue giornate. Poi, di nuovo l’oscurità.

Carrère fu folgorato da Gv 21, 18: «In verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Per tre anni effettivamente si lasciò trascinare dove non voleva e riempì decine di quaderni con meditazioni sulle Sacre Scritture. Poi nel 1993, un mattino si svegliò e tutto era sparito come nebbia al sole. Mise i quaderni in una scatola di cartone e riprese la sua strada. Il risultato di quest’andata e ritorno dalla fede cristiana è Le Royaume.

Orbene, ciò che più mi ha colpito di questo libro è la straordinaria capacità di Carrère nell’immedesimarsi con gli eventi raccontati da San Luca, nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli. Vi sono alcuni passaggi in cui le descrizioni sono così vive che ho iniziato a sospettare che Carrère tenga nascosta in cantina una macchina del tempo con cui ha potuto assistere di persona ai discorsi di Paolo in Macedonia o ad Atene. Certamente la sua abilità come scrittore lo aiuta molto ma non è questione solo di abilità: egli penetra in quegli istanti che sono fissati per sempre nelle pagine evangeliche e gli ridà nuova vita facendoli nuovamente presenti. Per chi ha fede si tratta forse di un’operazione normale e corrente, ma che uscita dalla penna di un agnostico non cessa di sorprendermi.

Altrettanto notevole è la franchezza con cui Carrère condivide con il lettore i suoi tormenti religiosi: sebbene sia chiaro nell’affermare la sua miscredenza, tuttavia Cristo e gli apostoli non lo lasciano tranquillo. Il fascino che emanano le parole e i gesti di questi giudei sui generis calamitano ogni umanità minimamente desta. E quella di Carrère non sembra essere da meno. Vi sono due tipi di uomini: quelli che possono trascorrere una vita intera assorbiti nel casa-famiglia-lavoro e quelli che

non possono vivere senza chiedersi perché vivono, qual è il senso –se ce n’è uno– di tutto ciò. Per loro l’esistenza è un punto di domanda e quandanche non escludono che questa domanda non abbia risposta, non smettono di cercarla. È più forte di loro.

Ecco, Carrère è così: un inquieto, uno che nonostante ci provi non può smettere di fare i conti con se stesso e con il significato della sua vita. Come dice il suo amico buddista Hervé:

se ammetti che vivere è essere nei guai, allora sapere se c’è una via d’uscita da questi guai è una questione sufficientemente importante che merita un’indagine.

E proprio un’indagine è quella che emerge dalle pagine di questo libro in cui si soppesa la verità storica dei vangeli, la credibilità di quanto raccontano, separando ciò che è vero da ciò che è dubbioso e tutto ciò da quanto è falso o inventato. Il criterio di giudizio è per Carrère sia l’analisi delle fonti storiche sia –e soprattutto– il suo sesto senso come scrittore che lo porta, per esempio, a ritenere un puro escamotage letterario la visita di Maria alla cugina Elisabetta.

Ora, sebbene l’esegesi di Carrère possa essere interessante e a tratti davvero sorprendente – come quando considera che il gruppo della “sinagoga di Satana” dell’apocalissi di San Giovanni sarebbero le comunità cristiane fondate da Paolo o quando ci ricorda che il vangelo di Marco finiva originariamente con le donne intimorite davanti al sepolcro vuoto, senza nessun accenno alla resurrezione di Cristo – sebbene ciò, dicevo, possa stuzzicare la nostra morbosità, tuttavia mi sembra evidente che dal punto di vista esegetico il testo fa acqua da tutte le parti.

Non sono affatto un esperto in materia, ma non serve essere un genio per capire che Ernest Renan (1823-1892), il Virgilio di Carrère, sia una guida esegetica un po’ datata. La tesi cardine di Renan è che si debba analizzare Gesù come un qualsiasi personaggio del passato e i Vangeli come un documento storico senza particolari specificità. Esegesi secondo il metodo storico-critico puro e duro. Il problema è che dopo Renan c’è stato, oltre ad un enorme sviluppo nell’indagine storica delle fonti, anche il riconoscimento della parzialità del metodo storico per lo studio dei testi sacri. Non serve leggere l’introduzione di Gesù di Nazaret di Ratzinger per sapere che negli ultimi 100 anni si sono fatti enormi passi avanti in campo esegetico.

Carrère legge il Nuovo Testamento con degli strumenti obsoleti: sebbene suggestivo è purtroppo qui un po’ patetico. Non sarebbe forse tale chi cercasse di risolvere il problema dell’origine dell’universo senza tenere in conto la teoria della relatività o la fisica quantistica?

Un altro aspetto che mi ha lasciato perplesso è come Carrère affronta i suoi dubbi di fede. Dopo l’estasi iniziale dell’innamoramento in cui tutto è rosa e fiori il tarlo del dubbio inizia a fare capolino. E se poi non è vero? Se quando non credevo mi sembrava impossibile diventare credente e ora mi sembra impossibile il contrario, chi mi garantisce che la frittata non si giri ancora una volta? Domande legittime e drammatiche che Carrère trascrive in modo mirabile. Illegittima e nuovamente patetica è invece la via che intraprende per rispondervi: si barrica in un solipsismo assoluto, smette di leggere i giornali per paura di perdere la fede, si chiude per giorni in un monastero di clausura in cui vive una vita di preghiera e contemplazione rispetto alla quale quella dei Padri del Deserto sembra una vida loca.

Perché tutto ciò? Perché la fede sarebbe andare «dove tu non vuoi», rinunciare alla ragione, gettarsi a capofitto nell’assurdo, nel contrario di ciò che uno vuole o – come dice Mark Twain – credere ciò che sai che non è così:

Coloro che credono ciò che vedono perdono, coloro che vedono ciò che credono vincono. Se disprezzano le testimonianze dei loro sensi, se si liberano dalle esigenze della ragione, se sono pronti a passare per pazzi, allora hanno superato la prova. Essi sono i veri credenti, gli eletti: è di essi il Regno dei Cieli.

Il problema, caro Carrère, è che se la fede è questa il cristianesimo non avrebbe resistito due settimane. Questo è il cristianesimo secondo Nietzsche – un’altra delle sue guide –, una fede da visionari e da pazzi furiosi.

D’altra parte se ho dei dubbi di fede – non solo nei confronti di Dio ma anche nei confronti di mia moglie – e mi chiudo in casa a meditare, non so voi, ma io finisco completamente ateo (o divorziato). Chiudersi in casa va bene per le Meditazioni metafisiche di Descartes ma non funziona altrettanto bene per le relazioni umane. Ma è proprio questo il punto: Cristo è un fenomeno metafisico o un evento umano?

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