Apologia del limite

Il limite è ciò che definisce qualcosa rendendola determinabile; se non ci fosse il limite sarebbe impossibile comprenderla, la potremmo tutt’al più intuire, ma mai, assolutamente, dominarla. Così è l’infinito, l’eterno, l’essere, il tempo, l’onnipotente, la divinità, la libertà e, prima ancora, l’esistenza umana. Le domande fondamentali mettono in crisi perché sono ultimamente indefinibili: cos’è il tempo? L’eternità? L’essere? La libertà? Qualsiasi formula che provi a dire una volta per tutte questi concetti ci lascerà sempre insoddisfatti e attesterà soltanto la nostra impotenza intellettuale.

L’uomo costruisce la sua esistenza a base di limitazioni, definizioni, determinazioni, leggi e patti: tutti progetti architettonici con cui diamo un senso alla materia informe della nostra vita. Come il Demiurgo plasmava la materia originaria creando il mondo, così noi modelliamo le nostre giornate dando loro un senso, un obiettivo. C’è chi si accontenta con poco e vive rinchiuso nelle mura della sua routine; le sue giornate sono scandite perfettamente dal “già saputo”: alzarsi alle 8:00, fare colazione, portare i bambini a scuola, lavorare in ufficio, fare la spesa, cenare, vedere un film e coricarsi alle 22:00. Altri osano spingersi più in là e l’orizzonte dei loro progetti vitali sfonda le pareti del quotidiano per guardare oltre: il senso della loro esistenza non è determinato dal sabato sera o dallo stipendio a fine mese bensì, ad esempio, dalla ricerca dell’opera perfetta (se sono artisti), dalla soluzione di un problema scientifico, dall’amore ai familiari, dalla ricerca di una società più giusta, ecc. L’ambito di proprietà di costoro è molto più vasto rispetto a quello dei meschini del sabato sera: le mura del loro conformismo, il limite che definisce il loro vivere, trascende il noto e si avventura nell’ignoto. Come i pionieri rendono familiari e abitabili le terre selvagge, così essi urbanizzano il mistero che sta sempre al di là del nostro conformismo.

Per essere umana l’esistenza deve definirsi, deve avere un ideale, e la misura di questo ideale determina l’orizzonte del suo valore. L’ideale è il muro di confine che delimita la nostra vita dandole una forma: non c’è esistenza senza ideali così come non c’è figura senza estensione. L’uomo senza ideali è l’uomo senza valore e senza valori, senza qualità, un ente informe che sopravvive al passo del tempo come un albero in una foresta. Come un terreno aumenta il suo valore quanto maggiore è la sua estensione, così la nostra esistenza cresce in umanità quanto più lontano proiettiamo il nostro limite. In una frase: l’uomo vero è colui che ha un grande ideale.

E ciononostante un limite c’è sempre: l’uomo senza limiti, l’uomo assolto da ogni confine, l’uomo assoluto è un’utopia. Non esiste. Purtroppo o per fortuna gli uomini soffrono di agorafobia e l’infinito non è fatto per loro. Certamente l’infinito divino definisce l’esistenza dell’uomo religioso ma, appunto, la definisce, ossia determina e scandisce il suo tempo mortale, cioè finito. Solo il mistico naufraga nell’infinito ma quando lo fa si spoglia della propria umanità e si fonde nell’essere divino. Il compito del comune mortale ricolmo di fede è invece molto più arduo: scoprire nel tempo i segni dell’eterno. Per questo sorgono i rituali, le funzioni religiose, le preghiere, le litanie, ecc. La forma in cui l’uomo plasma lo scorrere informe del tempo per renderlo abitabile dall’eterno è il rituale, cioè la ciclicità: il cerchio è la figura classica con cui l’uomo si rappresenta l’eterno. Ma esso è ancora una forma, appunto una rappresentazione, un’interpretazione: l’uomo soffoca senza forma, senza tempo, senza limiti.

Tutto consiste quindi nel protendersi il più lontano possibile, nel fissare l’obiettivo laddove finisce il nostro sguardo e tendere a esso colonizzando il tempo che si apre tra il mio presente e il futuro ideale in cui tale obiettivo sarà realizzato. Ecco quindi che nel tendere all’ideale, nel progettarsi in avanti, il tempo acquista un senso: l’ora non è più quell’istante impercettibile che divide il passato dal futuro ma si dilata abbracciando tutto l’arco di esistenza in cui persiste la mia ricerca dell’ideale. Passato presente e futuro sono ora collegati dalla tensione verso il limite stabilito. Io mi sono determinato per qualcosa, in qualcosa, e questo qualcosa guida ora i miei passi, segna ora il mio tempo, lo unifica e gli dà un senso, una direzione. Come la vetta della montagna dà un senso ai passi dello scalatore, così il limite che fissiamo alla nostra vita (l’ideale) ordina il tempo della nostra esistenza.

La fedeltà all’ideale è quindi il gesto etico primario perché è il gesto con cui l’uomo diventa tale, si umanizza. Il compromesso con il proprio limite, con l’obiettivo stabilito, la fedeltà alla promessa fatta a se stessi o a un’altro, plasma l’esistenza rendendola abitabile, le dà continuità. Il venire meno, l’infedeltà, è, prima ancora che un peccato, una sconfitta rispetto a noi stessi, alla nostra umanità (e proprio per questo è un peccato). Tradire l’ideale significa spezzare l’unità del tempo che sino a quel momento ci ha accompagnati, abbandonare il senso che sino ad allora sosteneva i nostri passi e ci permetteva di alzarci al mattino guardando al di là della nostra fatica e delle mura anguste e insopportabili della routine. Non si tratta di essere moralisti, di mantenersi cioè fedeli all’ideale per via del valore della fedeltà o della presunta sacralità dell’ideale: si tratta invece di mantenervisi fedeli in virtù dell’amore a noi stessi, alla nostra esistenza o, in termini negativi, per il rifiuto di accettare il nulla come consistenza del nostro essere. Solo in virtù di questa fedeltà all’ideale esso può, a un certo punto del cammino, farci cambiare strada o persino essere sostituito da un altro ideale: avvicinandoci alla meta possiamo infatti scoprire che la nostra strada non era quella giusta o che, al di là di quello che sino ad allora era il nostro limite, si staglia un ideale ancora più corrispondente. Senza fedeltà a una meta si è costretti a ripartire sempre da capo: don Giovanni si scopre sempre al punto di partenza, ogni notte è tutto da rifare, la donna cambia ma la storia è sempre quella. Egli gira in tondo come una trottola la quale quanto più rapidamente gira più saldamente si mantiene stabile, immobile nello stesso punto.

Ma torniamo al limite: esso ci proietta e dà senso al nostro vivere, lo umanizza. Senza limite la vita è un vegetare, non è umana, non è esistenza bensì mero stare. L’uomo vive davvero quando ha un progetto da realizzare e si mantiene saldo nel suo proposito. L’uomo è quella via di mezzo tra l’animale e Dio: ha la mortalità dell’uno e la brama infinita del secondo. L’uomo è una soglia che riunisce in sé la materialità delle funzioni corporee e dei suoi piaceri e l’immaterialità dei suoi pensieri e dei suoi desideri più eccelsi. Egli vive stando in equilibrio, in bilico, senza precipitare nell’imbruttimento materialista o perdersi nell’infinito spiritualista. L’animale non è umano perché è condannato a rimanere inscritto nell’orizzonte dei propri istinti; Dio non è l’uomo perché è Egli stesso il proprio orizzonte. In entrambi i casi non c’è superamento di alcun limite: nel primo perché è impossibile, nel secondo perché è superfluo. L’uomo è straordinario proprio perché in lui c’è il limite (come nell’animale) ma qui esso subisce una trasformazione radicale: da limite impossibilitante diventa ideale. Il limite diventa nell’uomo ideale, cioè occasione di possibilità per dare un senso alla propria vita, per ordinare i propri passi e il proprio tempo. Inoltre il limite è qui superabile e anzi, l’uomo è tanto più uomo quanto più fissa il proprio limite per raggiungerlo e superarlo ampliando sempre di più il proprio orizzonte. In questo movimento costante al di là del limite, in questa tensione verso l’illimitato, l’uomo si avvicina alla divinità.

In questo movimento di determinazione, superamento e rinnovamento dell’ideale, l’uomo compie un movimento verso la comprensione di se stesso. Mentre infatti l’animale e Dio sono ciò che sono e possono quindi essere definiti (l’uno positivamente (definitum) e l’altro solo per via negativa (indefinitum)), l’uomo è invece in costante via di definizione (definiendum)). Sebbene possa sembrare paradossale, l’uomo non è mai propriamente se stesso bensì, al massimo, sempre di più se stesso, un “già non ancora”, un tramite, qualcosa che deve essere costantemente superato. L’autenticità dell’esistenza, quindi, si dà nella ricerca costante di se stessi sapendo che una meta definitiva non potrà mai esserci: l’uomo si definisce infatti nell’eccedere qualsiasi de-finizione. L’uomo autentico è colui che “non si sente mai a casa propria” cioè non si accontenta, non si conforma, non si lascia inscrivere nel limite che egli stesso ha fissato, ma lo eccede, lo approfondisce. La vita dell’uomo si configura quindi come un viaggio verso se stessi, un viaggio verso casa laddove la casa è quel luogo in cui non siamo mai stati prima.

Il limite è ciò che ci costituisce senza mai determinarci perché ci definisce soltanto temporaneamente, cioè fintantoché non sarà sostituito da un altro limite, edificato – si spera – più in là, obbligandoci ad approfondire l’esistenza, a intensificarla. Tutte le caratteristiche essenziali dell’uomo sono contrassegnate da questo limite. Si pensi, ad esempio, alla libertà: essa possiede come condizione di possibilità l’esistenza di un limite. Solo nella misura in cui esiste qualcosa che si oppone alla libertà allora quest’ultima diventa possibile. In caso contrario, infatti, avremmo soltanto il caos, l’anarchia, la quale è la concezione adolescenziale della libertà: un’esasperazione dell’esser liberi che si sbarazza di ogni limite e che precipita l’uomo nella schiavitù dell’istinto (animalità) o dell’irrazionalità (l’uomo che gioca a fare Dio). Dio fece liberi Adamo ed Eva solo quando fissò loro un limite: «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare». Così la libertà tra uomo e donna si gioca nella tensione costante con la fedeltà, con il limite. Tolta la fedeltà la libertà cede il posto al libertinaggio il quale nasconde con una maschera di libertà la sua tremenda schiavitù.

Evidentemente il limite, se da un lato attrae, dall’altro frustra. Tanta è la gioia nel superarlo quanto il dolore nel soccombervi. Così l’uomo si altalena tra la gioia dell’al di là e il dolore dell’al di qua. Tuttavia così come l’accezione corretta del limite umano è l’ideale, allo stesso modo quella del dolore è il sacrificio. Il dolore va infatti concepito sempre in relazione con l’ideale: solo in questo modo acquista un senso trasformandosi in sacrificio, cioè in un passaggio, un travaglio o, se si preferisce, un investimento per il futuro. La fedeltà, il rispetto della legge, lo studio, il lavoro, sono spesso dolorosi ma nella misura in cui diventano sacrificio, ossia un travaglio per il raggiungimento dell’ideale, allora essi si fanno umani. Umanizzare la fedeltà, la legalità, lo studio, il lavoro, in ultimo termine il dolore, significa assumerli come una funzione in vista dell’ideale stabilito. Non si tratta di scadere nel vecchio refrain secondo cui “non c’è male che per ben non venga”: questa frase è irrazionale perché per comprovarne la veridicità bisognerebbe essere Dio e l’uomo che gioca a fare Dio, oltre che ridicolo, è sempre irrazionale. Si tratta invece di rendersi conto che il male e il dolore, sebbene abbiano un’origine che sfugge in ultimo termine alla nostra comprensione, possono tuttavia essere umanizzati se li si guarda dal punto di vista dell’ideale. Il dolore che diventa sacrificio è quello che mette in moto verso l’ideale; il dolore che resta tale, il dolore senza un senso, paralizza e porta alla disperazione.

Il dolore può diventare quindi un carburante nobile dell’esistenza umana. Esso è tale quando apre la domanda sul senso dell’esistenza. Da dove nasce infatti la lotta per un mondo migliore se non proprio dalla sensibilità nei confronti della sofferenza altrui? In quanti uomini il dolore fisico ha acuito la domanda sul senso dell’esistenza? Davanti all’ottusità del nostro conformismo e della nostra meschinità spesso soltanto il dolore ci risveglia. Esso ci obbliga a non dare per scontato ciò che abbiamo: la guerra ci può insegnare che non è scontata la pace, la malattia che non è scontata la salute, la solitudine che non è scontata l’amicizia. Tutto sta nel saper mettere a frutto la circostanza presente, sia essa felice o dolorosa, in vista dell’ideale. Solo in questo modo, come già detto, l’esistenza acquista un senso. L’alternativa è abbandonare il male e il dolore all’irrazionalità, sia essa quella spocchiosa della metafisica o quella meschina di chi guarda da un’altra parte. Ma peggio del dolore c’è soltanto un dolore senza senso: esso è insopportabile perché disumano.

La vita si fa umana quando il limite diventa l’ideale. Una conseguenza di ciò è che il dolore diventa sacrificio. Tutto ciò, evidentemente, è possibile solo grazie all’educazione: di generazione in generazione l’umanità tramanda quel sapere che consente all’uomo di diventare tale. L’umanità, infatti, non è un concetto primariamente biologico, bensì culturale: l’uomo vero non si misura con il DNA ma dal suo ideale. E l’ideale si tramanda e tramandandosi si abbandona alla responsabilità di ognuno di noi, tant’è – ed è terribile rendersene conto – che potrebbe perdersi nei meandri della storia. Nulla di ciò che culturalmente, politicamente e socialmente abbiamo è garantito. È possibilissimo immaginarsi un mondo fatto di uomini disumanizzati e non serve consultare i manuali di storia per rendersene conto: oggi in moltissime parti del mondo l’uomo non è più uomo.

Ma l’educazione non è mera ripetizione, non è imparare a memoria delle formule: possiamo riempirci la bocca di frasi belle senza mai metterci in moto. L’educazione vera ha le stesse caratteristiche della vita autentica: è dinamica, si muove, smuove, mette in movimento, produce un cambiamento radicale che si misura nelle azioni, negli atteggiamenti, nelle parole e nei pensieri. L’educazione moralistica, rigida, autoritaria è un’aberrazione perché trasforma in consuetudine la novità, svuota di significato i contenuti che trasmette e, come conseguenza, produce una massa informe, facilmente controllabile da parte del potere, che ha come ideale la propria auto-conservazione o poco più. Questa falsa educazione si chiama indottrinamento e ha la proprietà magica di trasformare in vuote parole tutto ciò che tocca. Il pericolo di trasformare l’ideale in un bel discorso attanaglia tutti, giovani e vecchi, nessuno può liberarsene definitivamente. È una sorta di peccato originale che il più delle volte ignoriamo. L’antidoto contro ciò è soltanto uno: rimettersi in questione sempre di nuovo, domandarsi costantemente le ragioni del nostro agire, vivere criticamente ogni giorno.

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